domenica 18 settembre 2016

Via da qui, verso la notte

Sono in metropolitana. Ascolto Giuni Russo della quale ricorre l'anniversario della sua morte. "Chissà in quanti ricordano in questi giorni le sue canzoni" - penso tra me e me mentre il vagone sferraglia, i freni mordono i binari per la banchina prossima, sotterranea.

"Ti ho scritto già una cartolina
e penso ancora ai miei parenti
che svernavano a Rapallo, insieme.
Good good-bye, Amsterdam!"

Quanti anni saranno passati da queste sperimentazioni? 30 anni? Forse di più. E il mondo è completamente cambiato. Noi siamo completamente cambiati. In quegli anni sbarcava Senna in Formula Uno e si insediava il primo Governo socialista della storia italiana, con Craxi a Palazzo Chigi e i democristiani saldamente agli Esteri, li peggio mortacci loro. Credo che ancora andassero di moda i Levi's e la "strategia della tensione" aveva ceduto il passo ai led e ai neon delle balere.
Sulle scale mobili sembriamo un branco di pesci pilota, in direzione ostinata seguendo chissà quale Bahamut. Vengo da 10, 12, 13 ore di lavoro - nemmeno più ricordo quante. Mi volto stancamente con lo sguardo nella scala adiacente, che sale anch'essa. C'è una ragazza con le cuffiette poco più in basso. Né magra, né grassa. Né brutta ma neppure bella. Un taglio di capelli indecifrabilmente anonimo e il volto senza un filo di trucco. Si dondola seguendo il ritmo di ciò che sta ascoltando. Ad un tratto sorride e muove le labbra. Parla da sola. Forse canticchia credendo di non essere vista. Hanno un follia tutta loro le persone che riescono ancora a ridere da sole. Ed è una specie di bellezza quella dipinta nel volto di chi ride credendo di non essere visto da nessuno. Sono il guardone di una piccola felicità di cui anch'io mi sono involontariamente nutrito.

"Portami a ballare oppure altrove
ma portami via da qui,
per le strade che sai,
verso la notte.
Non mi abbandonare al mio silenzio"

Mi avvolge la luce e divento un fuso con essa mentre, fioca, illumina i caseggiati e le antenne rinsecchite dei tetti di Roma nord. Ora quasi annego in un piccolo ricordo: Mario che ci legge Questa è l'acqua di Foster Wallace, in quel convivio serale nella periferia di Bologna. Quella cena che Maura sapeva sarebbe stata l'ultima tutti insieme; l'ultima prima delle partenze e delle fughe storiche. Io ero lì che non sapevo che dire, cercando un alibi, cercando di nascondermi nel bicchiere di vino. Sono trascorsi degli anni. Faccio un lavoro che richiede la cravatta almeno 3 volte alla settimana. Sono esaurito almeno il triplo di quanto lo fossi all'epoca. Certe volte parlo da solo. Dormo poco e male. Quella ragazza anonima che rideva sulle scale mobili, a quest'ora, avrà smesso di farlo tornando a quell'insana routine che certe volte, erroneamente, la prendiamo sul serio ostinandoci a chiamarla vita.

lunedì 13 giugno 2016

E non rimane che un’ombra e un pianto


Cecilia, in quel luogo nel quale non era nata, udiva la lontananza degli alberi e il loro tremolio causato dalla tramontana. Quello che penetrava da quelle spesse pareti nascoste tra le fronde, era un timido sibilo, ciò che rimaneva di un’incessante frusciare che gli antichi uomini credevano fosse la collera degli dèi o la paterna manifestazione dello spirito degli avi. Il vento imponeva pose innaturali agli alberi, dando vita ad una straniante e ripetitiva melodia.
Quando Cecilia chiuse gli occhi, entrando in quel mondo onirico nel quale diveniva vulnerabile ai tumulti della propria coscienza, sognò di una piccola stazione del nord, sulla quale presto iniziò a cadere abbondante la neve. La bianca coltre ovattò quel luogo dal sinistro aspetto greve, rendendo ancora più spettacolare - e vagamente ottocentesco - il comparire di un treno annunciato dallo scintillio innaturale dei neon (eco artificiale di un tramonto ormai trascorso).
Il mezzo si fermò, lasciando scendere alcuni passeggeri. Ripartì stancamente accompagnato dal turbinio notturno delle luci. La neve riproduceva i riflessi del mezzo, simili a prolungati lampi elettrici. Turbinavano e si disperdevano, danzando come decadenti stelle di un balletto classico. Fuggì via come un grande serpente metallico.
I viaggiatori si dispersero lungo la banchina. Cecilia cercava di guardare tra la folla, districando con gli occhi quelle traiettorie imprevedibili e prive di senso che i passi magicamente producevano. Credeva che tra quella folla potesse prima o poi spuntare fuori, tradendo la promessa fatta a sé stessa di impegnarsi a non rivederlo mai più. Cecilia stentava ad andarsene da quel posto. Non voleva voltarsi o guardare altrove. Le sue gambe sembravano paralizzate e in attesa di un sacro incontro; tradivano, di fatto, la sua volontà. Ora le tornavano in mente quelle lunghe notti e, nell'inconsapevolezza del sogno, era sicura che non potesse essere in altro luogo che lì: la dimensione inconscia non si sarebbe lasciata addomesticare. Il sonno era il luogo e l’ora migliore per una battuta di caccia dove la vittima era, in primo luogo, il suo stesso carnefice. Voleva che fosse lì, che comparisse tra la folla.
Un attimo prima che i volti di quei viaggiatori assumessero delle fattezze familiari, Cecilia prima credette di vederlo arrivare, poi si ritrovò di colpo nel suo letto adagiato ai piedi del grande fiume. Si risvegliò gettando istintivamente uno sguardo verso la finestra. Poté ammirare il buio terso dei cieli autunnali. Scrollandosi di dosso il disagio, si voltò lasciandosi scaldare dal naturale torpore di un sogno inatteso.
Pensando a sé stessa, al netto rifiuto dei ricordi di quel tempo rubato, si lasciò sfuggire una serie di pensieri lungamente rifiutati. Ora pensava che avrebbe voluto almeno vederlo in quella stazione immaginaria nel tempo del sogno. Ma, in fondo, cosa avrebbe poi visto seriamente? Solo la proiezione di un’ombra, un ricordo fragile. Le foglie degli alberi, quando i tempi sono maturi, cadono e così fanno i ricordi. E non rimane che un’ombra e un pianto; l'eco di ciò che prima era qualcosa ed ora più nulla.
“Ho capito dove sono nascosti tutti i miei desideri” - pensò.

lunedì 21 dicembre 2015

Un incontro familiare

Stavo aspettando Andrea sorseggiando un doppio caffè nero, indugiando lungo il bordo della tazzina con le labbra frementi come se dovessero gettarsi da un trampolino. Tornavo in Piazza Verdi dopo mesi d'assenza e tutto mi sembrava diverso. La "lei" di una coppia liberal-progressista seduta dinanzi a me, "baciava" in bocca il proprio american staffordshire terrier dopo che quest'ultimo aveva passato gli ultimi cinque minuti a leccarsi i testicoli, annoiato dai democratici discorsi dei padroni. In questo decadente tempo storico solo i cani – pensavo – sfoggiavano un minimo di radicale coscienza politica. Quando arrivò Andrea mi aggiornò degli ultimi avvenimenti: coppie "scoppiate", disagi accademici, pianificazione di futuri forse probabili, gli amici che hanno preso la loro strada chissà per dove. Da lì ad un paio d'ore, avremmo cercato di riunire i cocci umani, residui bellici di anni trascorsi; di un periodo in cui avevamo più forza, più sogni e audacia.
Ci riunimmo, in Via Riva di Reno, in uno di quei cadenti palazzoni del dopoguerra, tenuti in piedi da non si sa quale artificio dopo generazioni e generazioni di studenti. Eravamo insieme intorno ad un piatto, facendo spazio a facezie, ricordi e scherzi per tenerci occupati. Come piccoli pesci pilota, ognuno aveva seguito istintivamente la direzione delle proprie inclinazioni, continuando per un solco già tracciato e che ci stava conducendo irrimediabilmente lontani.
Buttavo giù l'ultimo sorso di vino mentre fuori dalla finestra il freddo aveva guadagnato un buon margine sul sole di dicembre, ormai tramontato da diverse ore. Eravamo riusciti a mettere in piedi una serata che fino a quattro anni fa avremmo considerato una consuetudine. Eravamo chiusi in quella stanza, sapendo che di lì a qualche ora avremmo rimesso centinaia di chilometri in mezzo ai nostri ricordi. Ci guardavamo in volto ed eravamo irrimediabilmente cambiati, nonostante provassimo a fingere di aver lasciato tutto come quando ci salutammo, quell'ultima volta. Ci avevano cambiato gli obblighi, le delusioni e le aspettative tradite – solo tu trovasti il coraggio per dirmelo all'orecchio, in tarda serata. Era un bilancio, forse sommario, di quell'assaggio di vita che sono in genere i venticinque anni.
Ma ti ricordi quella notte di cinque anni fa? Fuori aveva imbiancato ed io dovevo tornare dall'altra parte della città. Mi pregasti – abbracciandomi – di stare attento.

mercoledì 7 ottobre 2015

"Ha perfettamente ragione."

"Mi alzo alla buonora perché mi formo e mi deformo solo attraverso gli altri. Cerco quindi di ricavarmi un posto, una tana, in orari improbabili; in quegli angoli dove poter organizzare una resistenza e combattere questa battaglia persa"; "Non vi è salvezza se non nella lotta"; "andare verso il martirio e la sconfitta è romanticismo, non una possibilità." - scriveva Mirco nelle sgualcite pagine di un blocco per gli appunti. 
Si era formato, dopo innumerevoli letture ed un lungo percorso intellettuale, sul codice etico e spirituale contenuto nell'Hagakure, cercando di seguire la via della rettitudine e del guerriero sul limite estremo di una Civiltà al collasso. Per sventura di chi ha in sé un animo immenso, tuttavia pedissequamente costretto nei rigidi codici e canoni di un sistema che immiserisce ogni spinta all'azione e alla vita nella sua inclinazione più dinamica, l'universo Mirco era racchiuso nei panni di un lavoratore notturno di un autolavaggio; per precisione di un autolavaggio adiacente ad un immenso e mostruoso centro commerciale, accantonato ai bordi di una strada statale. 
Appostarsi sul dirupo della civiltà lavorando nei pressi di uno di quei luoghi grotteschi dove gli esseri umani, impazziti come formichine rosse, corrono in tutte le direzioni, a Mirco sembrava essere la massima espressione del concetto di "resistenza attiva". Tutti questi animali che correvano in cerca dell'ultimo modello di cellulare dopo aver acquistato il precedente e il precedente del precedente, andando avanti sino alla nausea; quello che metteva la sveglia per essere il primo ad acquistare il televisore, approfittando di un'offerta "sensazionale"; i robot che si trascinavano dietro una specie di gabbia con le ruote buttandoci dentro gli alimenti, incelofanati in improbabili pacchetti colorati per renderli più appetibili ed acquistabili; tutto ciò sembrava, per un sognatore che guarda il mondo da un'angolatura diversa, un'idioma semplicemente incomprensibile.
Per legittimare ed assecondare questo mostruoso e titanico meccanismo che per brevità qualche genio chiamava "benessere", molti si trovavano un altro lavoro, magari pagato di merda e a nero perché tanto avrebbe dovuto solo integrare il primo stipendio. Un'alternativa imbecille, rifletteva Mirco, era quella di mettersi in proprio, cercando di rendere il proprio hobby da tempo libero, un lavoro vero e proprio, oppure cercare di far soldi vendendo in internet oggetti inutilizzati, abbandonati in casa. Per ognuna di queste varianti il risultato era il medesimo: si perdeva per sempre il tempo che nessuno avrebbe mai più reso all'ignaro di turno.
Pochi si ostinavano a dedicare alla vita le ore frenetiche della propria esistenza, nel mondo proiettato dinanzi gli occhi di Mirco: nessuno aveva più tempo per leggere, per ascoltare le necessità dei propri figli o farne, per ascoltare i mormorii dei tempi antichi nelle parole dei vegliardi genitori [I quali sono una specie di prova (per poco) vivente di un tempo più duro ma più vero. Per questo dicesti a tuo padre: "Non ho tempo di accudirti tutti i giorni e lì possono seguirti meglio. Ci lavorano anche dei professionisti del settore quindi starai bene" - ricordi come giustificasti il tutto?]. 
Mirco rifletteva, concatenava concetti e pensieri, riordinava il castello di credenze che vagliava ed analizzava rapportandole al mondo che aveva dinanzi.
"Buonasera, in cosa posso esserle d'aiuto?"
"Dammi una pulita al parabrezza e un'aspirata sotto i tappetini... è insopportabile quanto si sporchi la macchina con due gocce di pioggia!"
"Certamente è così come dice."
"Non far caso al casino sopra al sedile. È incredibile quanta fila ci sia il sabato pomeriggio nei centri commerciali... e poi in tv hanno il coraggio di parlare di crisi!"
"Ha perfettamente ragione." - rispose pacatamente. "Come nella natura il Ciliegio, tra gli uomini il Filosofo e il Guerriero" - in verità pensava.

mercoledì 11 febbraio 2015

Cicli.

Senza rendermene conto si è chiuso un ciclo. Sono tornato al focolare, nella regolarità della dimensione familiare con le sue facezie e i caffè. 
Cinque anni fa lanciai la sfida al cielo senza aver valutato troppo le implicazioni delle mie scelte, senza alcuna esperienza di vita lontano dagli affetti. Ben lontano dalle opportune riflessioni in merito ai pro e ai contro delle mie decisioni (con la superficialità dei vent'anni), ho aperto un ciclo che poteva verosimilmente terminare dopo un mese ma che, alla fine, è durato cinque anni (letteralmente volati via). In mezzo eventi più o meno assurdi (che, tuttavia, per brevità chiameremo vita), la pioggia, la neve, le amicizie, libri, libri, libri, decine di pagine scritte e altrettante sfogliate. A margine di questo ingorgo, vi è Bologna con i suoi portici interminabili; i cani disperati dei punkabbestia; la giungla alla Montagnola; il Pilastro; la Bolognina; la bellissima Cirenaica con il suo ciliegio in fiore; San Donato far west; la fila dei "rimasti" alla farmacia di Piazza Maggiore; i pakistani; le birre dai pakistani; l'aula studio aperta 15 ore al giorno; Via D'Azeglio; Lucio Dalla ai tempi della triennale; la mia bici grigia sgangherata; la mia bici grigia sgangherata e rubata sotto Pasqua al secondo anno; il mio primo esame universitario (emotivamente sconvolgente come l'ultimo); "il rusco" che cazzo è?; i tanti conoscenti; non aver ancora capito perché i tombini a Bologna, in alcuni punti circoscritti, sono colorati; le rarissime persone che non vedrò più quotidianamente e che - incredibile ma vero per un autarchico - mi mancheranno.
Certi saluti importanti ho fatto in modo che avvenissero nel modo meno doloroso possibile, mentre con altri amici avrò modo di congedarmi più avanti, nella speranza di trovare le parole più adatte all'occasione e alle altrui aspettative. Di fatto il congedo definitivo da questa esperienza è solo rimandato di quindici giorni, un mese al massimo. Tuttavia è questione di tempo.
Poi? E poi, come diceva il poeta Rilke, il futuro entrerà dentro di noi molto prima che accada: riprenderemo le nostre cose e raschieremo la carlinga; un'occhiata allo stabilizzatore; un veloce controllo al timone di profondità; quattro martellate al carrello di atterraggio; un'oleata ai pistoni del motore; gli  alettoni e il flap, incernierati nelle ali, ci sembreranno nuovi nel giorno prestabilito per l'ennesima - nuova - partenza. 
Ora lascio spazio alle immagini che si accavallano pacatamente nella mia mente e non provo null'altro che un senso di vuoto per l'inarrestabile incedere del tempo; esso, come il mare, lentamente inghiotte, trascina via le situazioni ed occulta tutto nei suoi abissi. Il tempo, in modo più o meno opportuno, ci prepara per incontri e perdite, in un eterno riequilibrarsi privo di senso tra novità, gioie e dolori (in una forma non dissimile dal sempiterno ciclo di nascita e morte, a partire dal quale la storia universale si è costituita). A pensarci bene, in fin dei conti, in questo logorio quotidiano che qualcuno ironicamente ancora chiama modernità, è possibile declinare l'insicurezza (familiare, emotiva e lavorativa) in una domanda - forse banale - ma che ognuno di noi presumibilmente si pone a cadenza giornaliera: dove sarò e cosa starò facendo l'11 Febbraio 2020? - Una domanda che, una volta posta, sottende la speranza di aver già trovato un senso e dato un valore al nostro esistere hic et nunc. Chissà.