Cicli.

Senza rendermene conto si è chiuso un ciclo. Sono tornato al focolare, nella regolarità della dimensione familiare con le sue facezie e i caffè. 
Cinque anni fa lanciai la sfida al cielo senza aver valutato troppo le implicazioni delle mie scelte, senza alcuna esperienza di vita lontano dagli affetti. Ben lontano dalle opportune riflessioni in merito ai pro e ai contro delle mie decisioni (con la superficialità dei vent'anni), ho aperto un ciclo che poteva verosimilmente terminare dopo un mese ma che, alla fine, è durato cinque anni (letteralmente volati via). In mezzo eventi più o meno assurdi (che, tuttavia, per brevità chiameremo vita), la pioggia, la neve, le amicizie, libri, libri, libri, decine di pagine scritte e altrettante sfogliate. A margine di questo ingorgo, vi è Bologna con i suoi portici interminabili; i cani disperati dei punkabbestia; la giungla alla Montagnola; il Pilastro; la Bolognina; la bellissima Cirenaica con il suo ciliegio in fiore; San Donato far west; la fila dei "rimasti" alla farmacia di Piazza Maggiore; i pakistani; le birre dai pakistani; l'aula studio aperta 15 ore al giorno; Via D'Azeglio; Lucio Dalla ai tempi della triennale; la mia bici grigia sgangherata; la mia bici grigia sgangherata e rubata sotto Pasqua al secondo anno; il mio primo esame universitario (emotivamente sconvolgente come l'ultimo); "il rusco" che cazzo è?; i tanti conoscenti; non aver ancora capito perché i tombini a Bologna, in alcuni punti circoscritti, sono colorati; le rarissime persone che non vedrò più quotidianamente e che - incredibile ma vero per un autarchico - mi mancheranno.
Certi saluti importanti ho fatto in modo che avvenissero nel modo meno doloroso possibile, mentre con altri amici avrò modo di congedarmi più avanti, nella speranza di trovare le parole più adatte all'occasione e alle altrui aspettative. Di fatto il congedo definitivo da questa esperienza è solo rimandato di quindici giorni, un mese al massimo. Tuttavia è questione di tempo.
Poi? E poi, come diceva il poeta Rilke, il futuro entrerà dentro di noi molto prima che accada: riprenderemo le nostre cose e raschieremo la carlinga; un'occhiata allo stabilizzatore; un veloce controllo al timone di profondità; quattro martellate al carrello di atterraggio; un'oleata ai pistoni del motore; gli  alettoni e il flap, incernierati nelle ali, ci sembreranno nuovi nel giorno prestabilito per l'ennesima - nuova - partenza. 
Ora lascio spazio alle immagini che si accavallano pacatamente nella mia mente e non provo null'altro che un senso di vuoto per l'inarrestabile incedere del tempo; esso, come il mare, lentamente inghiotte, trascina via le situazioni ed occulta tutto nei suoi abissi. Il tempo, in modo più o meno opportuno, ci prepara per incontri e perdite, in un eterno riequilibrarsi privo di senso tra novità, gioie e dolori (in una forma non dissimile dal sempiterno ciclo di nascita e morte, a partire dal quale la storia universale si è costituita). A pensarci bene, in fin dei conti, in questo logorio quotidiano che qualcuno ironicamente ancora chiama modernità, è possibile declinare l'insicurezza (familiare, emotiva e lavorativa) in una domanda - forse banale - ma che ognuno di noi presumibilmente si pone a cadenza giornaliera: dove sarò e cosa starò facendo l'11 Febbraio 2020? - Una domanda che, una volta posta, sottende la speranza di aver già trovato un senso e dato un valore al nostro esistere hic et nunc. Chissà.

Commenti

  1. Mi hai fatto venire in mente un pranzo fatto a Bologna, nel Febbraio del 2005 con un caro amico. Allora entrambi dovevamo laurearci e parlavamo del futuro.

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  2. Dieci anni. Quante cose sono cambiate?

    G.

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  3. Bel post, i miei complimenti.
    Un sincero IN BOCCA AL LUPO per il tuo futuro e...grazie per il tuo graditissimo commento al mio post su mio padre.
    Un salutone,
    aldo.

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  4. Quando finii l'università (ormai quasi 8 anni fa) immaginai per me un futuro sorprendente. E non saprei dirti se per sorprendete intendessi qualcosa di positivo o negativo, sentivo solo che sarebbe stato "qualcosa". E in effetti, giorno dopo giorno, il presente ha fatto il suo lavoro: "arrancamenti" sentimentali/familiari e lavorativi. Qualcosa che probabilmente non avrà fine, se non al termine della vita stessa. Ed è per questo che ho un'estrema fiducia nel bastardissimo futuro ignoto :)

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