Ilaria voleva volare.


Il telefono squillava in piena notte. Fuori il diluvio universale ed un poveraccio che moriva di freddo. Era il fisso dei suoi genitori e il vecchio terrore che mi prendeva quando rispondevo, come sempre. Ilaria piangeva e gridava, non respirava mai. Iniziava a parlare, senza dirmi nemmeno 'ciao', senza chiedermi come stavo o se avessi dato quell'esame dopo che ci perdemmo di vista, se m'avessero confermato quel lavoro che poi finii tre o forse quattro contratti a termine fa. Ilaria mi inondava con le lacrime, così tante che quasi quasi annegavo, così tante che uscivano perfino dalla cornetta del telefono, così tante che potevo sentirle, assaggiarle. Mi raccontava quello che avrebbe voluto essere. Quando era piccola, tra le tante cose, voleva fare la Cosmonauta e beccarsi la medaglia “Eroe del Lavoro Socialista”, anche se cercava di laurearsi come Antropologa, fuoricorso da Primavere. Prima tutti i suoi sogni da inceneritore, poi invece raccontava quello che era. Diceva che non ne poteva più ma che qualche volta sorrideva, anche. Faceva otto ore, quando non aveva niente da fare ne faceva un paio come straordinario che tanto non le veniva pagato. Ammazzava le giornate a fare gli scontrini e a chiedere la tessera Conad per i punti che a fine anno se ne hai tanti ti regalano pure il set di piatti.
Ilaria, quando si mostrava, era bella e non portava mai i jeans. Si copriva fino al ginocchio con vestitini grigio fumo e sopra delle camelie cucite a mano tra alcuni bottoni finti. Quando faceva freddo metteva il cappotto cammello e calze di lana, ai piedi calzettoni di spugna colorati con gli stivali da Skin, sempre slacciati. Quando faceva tanto caldo, invece, doveva ricordarsi delle mutande, se poi le dimenticava, rideva. Ilaria quando camminava davanti a me, sempre più svelta di almeno mezzo passo, si girava che pareva danzare sotto i portici luridi, roteava come fosse la prima alla Scala di Milano. Stagioni intere di tentativi. Provare a fare l'amore insieme e non da soli. Sere piene di fallimenti romantici e di addii ogni volta, dove nessuno piangeva.
Ilaria voleva volare, fare qualcosa di diverso e non sentire più, sognava Andromeda senza Roipnol. Quando l'hanno ritrovata nel bagno del civico 36, nessuno aveva notato il vestito grigio e nemmeno la Camelia bianca, sporca che in fin dei conti a me piaceva anche se non glielo avevo mai detto. Tra le mani il laccio per abbracciare le vene, fuori splendeva un sole che a ripensarci era un dono. Infondo al corridoio, sopra il muro c'era scritto “La caresse et la mitraille”. La carezza e la mitraglia.
Quasi come lei.

Commenti

  1. Una storia triste. Stile anni '80.

    Baci

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  2. Non so, sentivo che finiva così. Lo sentivo. O comincio a capire il tuo stile, o sei scontato? ;) Ovviamente scherzo. Bravo come sempre

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  3. Ilaria vestiva i panni di un'artista all'amelie. Gli artisti vivono e muoiono così, nei loro panni morbidi da mercatino, ricercati ed essenziali. Perchè gli artisti veri non faticano a trovarli, i loro panni, e il loro stile di vestirli.

    Mi ricorda qualcuno, Ilaria.

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  4. Forse abbiamo un sacco in comune, io e te.

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  5. Riferimenti casuali! :D
    bravissimo Guì!

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